23 dicembre 2015

"Se mi vuoi bene" di Fausto Brizzi


Ci ho messo 249 pagine a capire se questo libro mi piacesse o no. Con andamento oscillatorio l’ho apprezzato e rifiutato per più di 10 giorni, che per leggere un libricino di dimensioni così modeste sono uno sproposito di tempo.
Il fatto è che io -che purtroppo notoriamente non ho fatto della perspicacia un mio punto di forza- ci ho messo un po’ a capire se la somiglianza con il libro precedente “Cento giorni di felicità” fosse frutto di volontà o di mera imitazione.
Ve lo dico subito: si tratta di volontà.

I due libri arrivano persino ad intrecciarsi e lì si velano gli intenti di Fausto Brizzi, così capace di fare sequel perfetti, come sappiamo dai tanti film di cui è stato regista e sceneggiatore.
Intendiamoci, fare i sequel non è mica un gioco da ragazzi (argomento quanto mai attuale proprio in questi giorni dell’uscita di Star Wars). E come si fa a fare un sequel quando il tuo protagonista è morto? Semplice, ne inventi un altro!

Ecco perché i due libri arrivano a somigliarsi così tanto ed ecco perché i due protagonisti rivelano gli stessi intenti… Lucio Battistini rivive attraverso Diego, attraverso il Negozio di Chiacchiere e attraverso una “missione”, un ultimo disperato tentativo di riscatto nei confronti dei propri cari.
Nel caso di Diego il riscatto arriva come terapia anti-depressiva, anche se a dire il vero la depressione in questo libro pur essendone il fulcro mi sembra niente più di un pretesto.
La parte interessante del libro infatti è la seconda, quella in cui dalla radiocronaca “Depressione minuto per minuto” si passa alle “Missioni di salvataggio”… che culminano tutte in fragorosi insuccessi.
Bella la frase “Smetti di pilotare la vita degli altri e inizia a vivere la tua”: è un po’ il nodo del libro. Per quanto il protagonista si sforzi, gli eventi sono imprevedibili e altrettanto gli esiti delle sue azioni. Il lieto fine rocambolescamente arriva comunque (per fortuna) e in questa corsa verso la felicità il protagonista diventa sempre più piccolo, nascosto dalla sua stessa inettitudine.

Ma dimenticatevi il protagonista, il messaggio del libro è uno solo: non limitarti a voler bene, passa al fare del bene a chi ami.
Brizzi ci vuole stimolare con una domanda diretta, come faceva in “Cento giorni di felicità”: e voi, quand’è l’ultima volta che avete fatto del bene a qualcuno dei vostri cari? Del bene vero, non un favore, una sovvenzione economica, una parola. Quand’è che ci siete veramente stati per loro?

Sinceramente trovo la domanda un po’ meno provocatoria di quella del libro precedente (“Cosa fareste se aveste anche voi solo 100 giorni di vita?”), sarà perché non concepisco i rapporti di amore e amicizia senza darsi, senza fare veramente qualcosa per chi si ha di fronte, senza esserci giorno per giorno. Ma forse per qualcuno diverso, anche questa provocazione può fare presa affinché l’egocentrismo lasci il passo all’altruismo, alla dedizione, al rispetto: in altre parole, alla parola con cui termina il libro stesso. L’Amore.


The LR advice: E così, convinta dal libro solo al 50% (o forse sto ancora cercando di convincermi), vi invito a leggerne… un altro.  Avanti con “Cento giorni di felicità”, su questo devo ancora rifletterci un po’… 

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