8 ottobre 2012

"Un uso qualunque di te" di Sara Rattaro



Può un pugno nello stomaco lasciarti un’impressione positiva?
La risposta è sì, a volte può.

Prima di tornare a giurare e spergiurare che questo per un po’ sarà l’ultimo libro della sezione “Deviazioni dal genere” e che dal prossimo tornerò alla narrativa romantica che tutte preferiamo, lasciatemi parlare un po’ di questo libro.
Lo ammetto, ero prevenuta: non era il classico libro nelle mie corde e poi era decisamente troppo breve (io sono un tipo dalle 400 pagine in su perché ho bisogno di un certo senso di rassicurazione dai libri, della certezza che per un po’ mi terranno compagnia) e poi, dulcis in fundo, era di una scrittrice italiana! A parte l’adorata Sveva C.M., sono sempre stata reticente nei confronti della letteratura nostrana, esterofila fino all’osso come molti italiani, ecco, io lo sono nella narrativa. Ma mia sorella (la responsabile dell’acquisto del libro in questione) me l’ha passato e ho deciso di fidarmi.
E quindi eccomi qui. Per questo libro non riesco a essere frizzante e ironica come nelle altre recensioni, perchè la verità è che mi ha davvero colpita.
Praticamente è scritto come un monologo interiore, un flusso ininterrotto, una lettera aperta alla figlia da parte della protagonista (angelo? coscienza un attimo prima di morire?) in cui ripercorre passato remoto e presente agghiacciante in un unico streaming di pensieri e parole.

Per farsi coinvolgere dalla storia e dalla lucidità con cui la protagonista si racconta, bisogna cercare di soprassedere allo stile “opulento” in termini di ricchezza di parole dell’autrice, e resistere ai conati di vomito causati dall’indigestione di sinonimi e contrari propinati per spiegare, sviscerare, decodificare e puntualizzare ogni singola emozione (…ehm…appunto!!! Mi deve avere attaccato una sorta di virus da reiterazione verbale compulsiva! AHHHH!)
Sarà che a noi italiani ci piace parlare (popolo di santi, poeti, navigatori e.. chiacchieroni!) ma la fanciulla, con tutte ste sue pile di vocaboli, di sinonimi e di metafore, rischia di invadere la storia con il proprio stile narrativo e di distrarti proprio nel pieno della lettura (come quando a metà libro si è cimentata in un Guinness World Record personale nell’individuazione di sinonimi della parola “vischioso”…)

Comunque, mi accorgo ora che a tre quarti di recensione ancora non ho parlato del libro, lo stile dell’autrice mi ha inseguita fin qui. Aiuto. Il libro in realtà è parecchio bello, e -come cercavo di dire- una volta superata l’impasse iniziale  la storia ti si avviluppa attorno come una pianta rampicante e ti sciocca profondamente. E’ tanto più scioccante perché una madre-ragazzina (che ragazzina d’età non è, ma di testa sì), in un singolo giorno comprende tutta la propria vita e i propri errori, li denuncia per prima a se stessa e poi a figlia e marito anche se in questa forma onirica di lettera aperta, e infine pone fine alla propria esistenza tagliando di netto la saga di egoismo che l’aveva sempre caratterizzata.
Bravi, finalmente un personaggio complesso, introspettivo, magnetico (aridaje con i cumuli verbali, vabbè, non c’è una cura è evidente, meglio fermarsi qui prima di straripare in tutto il blog).

The LR advice: come diceva l’eterno Monsieur Ego in Ratatouille

“Per molti versi la professione del critico è facile: rischiamo molto poco, pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il proprio lavoro al nostro giudizio; prosperiamo grazie alle recensioni negative, che sono uno spasso da scrivere e da leggere. Ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che nel grande disegno delle cose, anche l'opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale.”

Care lettrici, non fidatevi della mia recensione così lunga e che rende così poca giustizia al libro, le recensioni negative sono "uno spasso da scrivere e da leggere", mentre quelle positive sono sempre le più difficili. Fidatevi solo del mio consiglio: leggete il libro, non ne rimarrete deluse.
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